Passeggiando da San Martino delle Scale a Gangi

<p style="font-size:32px" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80"><strong>Abbazia di San Martino delle Scale</strong>Abbazia di San Martino delle Scale

L’Abbazia di San Martino delle Scale

è ubicata a circa 15 chilometri alla città di Palermo e a pochi altri dall’importante centro artistico di Monreale.

Questo luogo, la cui nascita probabilmente risale al periodo normanno, secondo un’antica tradizione non documentata fu fondato nel 590 da Papa Gregorio Magno ed in seguito distrutto dai Saraceni nel IX secolo. Ciò che è certo è la sua rifondazione nel 1347, per desiderio dell’arcivescovo di Monreale Emanuele Spinola, ad opera di sei monaci benedettini provenienti dalla comunità di San Nicola di Nicolosi ubicata alle falde dell’Etna.

I monaci benedettini che curarono la ricostruzione dell’Abbazia operarono sotto la guida di don Angelo Sinisio che, il 26 Luglio 1352, fu eletto primo abate di San Martino. Grazie alle sue innumerevoli opere di beneficenza, l’abate Angelo era molto benvoluto tra i monaci ed i fedeli delle comunità limitrofe di Palermo e Monreale così che in seguito alla sua morte, avvenuta il 27 Novembre del 1352, il suo corpo venne posto sotto l’altare della Sacrestia e, pur senza una regolare proclamazione canonica, gli venne attribuito il titolo di beato.

A partire dalla fine del 1500, la comunità cominciò ad espandersi dando origine ad un epoca di sviluppo architettonico; vennero realizzate opere monumentali come il coro monastico, ad opera di artigiani Napoletani sul modello di quello di San Severino e Sossio e grazie alle direzioni degli architetti Mariano Smiriglio e Giulio Lasso (la cui opera più famosa è quella dei “Quattro Canti” di Palermo) venne completata la chiesa e progettato il Chiostro delle Colonne o di San Benedetto (per via della fontana con la statua del santo, opera dell’importante artista palermitano Giuseppe Pampillonia, che si erge al centro della struttura) caratterizzato da un’elegante serie di arcate in pietra di Billiemi su colonne di marmo bianco.

Numerose sono le opere di Pietro Novelli: tra le quali nel refettorio, che si affaccia sul Chiostro, l’affresco di San Daniele nella fossa dei leoni (1609); ed all’interno della Chiesa la Pala di San Benedetto che consegna la sua regola ad ordini monastici e cavallereschi.

L’Abbazia di San Martino delle Scale raggiunse il suo massimo sviluppo alla fine del XVIII secolo grazie all’opera di Venanzio Marvuglia che nel 1772 venne incaricato del progetto e della direzione dei lavori del nuovo dormitorio e dell’ammodernamento dell’abbazia che previde l’ampliamento dei locali con la realizzazione di una nuova ala con un dormitorio a settentrione, uno scalone imperiale in marmo rosso decorato in stile pompeiano e la famosa biblioteca; la sua opera vene definita con il monumentale prospetto, lungo circa 137 metri, che si innalza su tre ordini volgendosi in direzione di Palermo. L’integrazione del nuovo corpo di fabbrica con quello barocco si risolve con un’originale copertura del corridoio, costituita da un conoide che raccorda, senza soluzione di continuità, l’arco ribassato preesistente con quello a tutto sesto del nuovo corpo; mentre il prospetto della nuova ala si carica di connotati neoclassici in virtù della ritmica scansione del prospetto.

All’opera di Ignazio Marabitti si deve la famosa Fontana dell’Oreto, sotto il campanile, ed il gruppo marmoreo di San Martino, in fondo al nuovo vestibolo.

La lenta ripresa è dovuta all’opera di don Ercole Tedeschi, monaco di grande spessore spirituale e culturale che, nonostante le innumerevoli difficoltà del periodo, svolse il suo impegno monastico e pastorale assumendo la guida della parrocchia annessa in quegli anni al monastero. Alla sua morte lasciò, come eredi della spiritualità benedettina, un piccolo gruppo di monaci ai quali la storia affiderà il compito di continuare la vita monastica a San Martino delle Scale.

La ripresa della vita monastica durante tutto il Novecento segna anche il ripristino di alcune attività proprie della comunità monastica, la quale prenderà sede in una parte dell’antico complesso monumentale: l’insegnamento nel collegio e nell’alunnato monastico, l’allestimento di un laboratorio di restauro del libro, l’apertura al pubblico della ricostituita biblioteca e la rivendita di alcuni prodotti tipici del monastero.

Per le decorazioni vennero chiamati a raccolta i maggiori artisti del tempo quali Zoppo di Gangi, Filippo Paladini, Paolo De Matteis e Guglielmo Borremas.

L’Abbazia di San Martino delle Scale ospita al suo interno uno dei cori lignei più belli d’Italia,prezioso esempio della fioritura manierista a della fine del XVI secolo, commissionato ai napoletani Ferraro e Vigliante e realizzato prendendo a modello quello dei SS. Severino e Sossio a Napoli.

L’Abbazia oggi

La Chiesa Abbaziale si presenta molto sobria all’esterno; l’interno ha una struttura a navata unica, adornata da cinque cappelle per ciascun lato, con due transetti (uno con cupola ottagonale ed altari monumentali all’estremità ed un secondo più stretto e lungo, radente alla sacrestia) dove trovano collocazione la Madonna con San Benedetto e Santa Scolastica (1634), ad opera di Pietro Novelli, e le opere più antiche del monastero quali il quattrocentesco Portale “di Sinisio” ed un’acquasantiera datata 1396.

Gli altari sono dedicati alle due figure di riferimento della chiesa: quello di sinistra è alla memoria di San Benedetto, realizzato da Giuseppe Pampillonia nel 1713-7 ed adornato dal dipinto di Pietro Novelli che ritrae il Santo intento nella distribuzione della Regola (1635), mentre in quello di destra è possibile ammirare il San Martino di Filippo Paladini.

Sulla parete centrale del coro è possibile ammirare l’Organo monumentale, realizzato da Francesco La Grassa, composto da circa 4.000 canne e 37 registri.

Il coro, composto da 68 stalli disposti su due piani, e ampliato tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, venne lavorato a Napoli e trasportato a più riprese a San Martino delle Scale a partire dal 1594. Sulle due pareti laterali trovano collocazione sei grandi tele realizzate da Paolo De Matteis (sulla parete sinistra: “La cena di San Gregorio ai poveri”, “Il Martìrio dì San Placido”, “San Benedetto e il re Totila”; sulla parete di destra “San Benedetto e i Santi Mauro e Placido”, “San Mauro e il re Teodoberto”, “San Martino e il mendicante”) alla cui opera appartiene anche l’immagine della “Madonna col Bambino” posta sulla porta del coro.

La realizzazione delle nuove opere rese l’Abbazia di San Martino delle Scale conosciuta in tutta Europa per la sua ricca biblioteca, la quadreria, il museo d’antichità, e divenne oggetto di visita da parte di illustri viaggiatori, studiosi e ricercatori provenienti da tutto il continente.

Il XIX secolo rappresenta il periodo buio ed il lento declino dell’Abbazia di San Martino delle Scale in quanto a seguito dell’entrata in vigore delle leggi di soppressione degli ordini religiosi la comunità fu dispersa, ponendo fine a tutte le iniziative culturali, e l’Abbazia fu spogliata dei suoi beni artistici che vennero dirottati verso varie biblioteche e musei dell’isola.

“Il nobile giornalista”| di Giusy Pellegrino

Nato nella Palermo nei primi anni del Novecento, Pietro Sgadari di Lo Monaco fu uno dei più colti ed eccelsi giornalisti del panorama locale.

Palermo, come tutto il contesto italiano ed europeo assistette, negli anni ‘20 del Novecento, all’avvento del Fascismo che pose fine al periodo florido della Belle Epoque.

Furono molti, intellettuali e non, che iniziarono ad aderire più per necessità che per convinzione, alla politica e agli ideali fascisti portando la classe intellettuale palermitana a dividersi in due opposti schieramenti, in continuo contrasto tra loro e sempre pronti a fronteggiarsi.

Tra gli intellettuali fascisti,Pietro Sgadari,“Bebbuzzo” come veniva chiamato tra i suoi amici, fu uno dei più importanti mecenati durante questo periodo.

Di nobile famiglia, fu fascista convinto e grande amante della cultura palermitana: presso la sua residenza sita in corso Scinà, oggi non più esistente, ospitava giovani letterati, artisti,aspiranti musicisti che avrebbero reso importante la futura cultura palermitana.

Tra questi possiamo citare Ubaldo Mirabelli, storico dell’arte, musicologo e giornalista che ricoprirà, dal 1977 al 1995, la carica di sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo, Antonio Pasqualino, grande appassionato delle fonti letterarie riguardanti il teatro delle marionette, passione che lo portò a realizzare e dirigere insieme alla moglie uno dei musei più importanti dell’isola, Francesco Orlando, Sandro Paternostro che sarà uno degli inviati di punta per la redazione di Londra del TG1, il pittore Renato Guttuso e gli scrittori Leonardo Sciascia e Vitaliano Brancati.

In pochi o nessuno sapranno probabilmente che Sgadari di Lo Monaco fu colui che scoprìle doti di grande letterato di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e con cui strinse un grande rapporto di amicizia: dopo aver scritto nel 1926/27 come critico della letteratura francese per il mensile genovese“Le opere e i giorni” e tenuto un ciclo di lezioni per giovani letterati, Lampedusa, durante un viaggio a San Pellegrino Terme, nel 54, iniziò a lavorare al progetto editoriale de“Il Gattopardo” e il primo a cui farà leggere il suo dattiloscritto, dopo l’iniziale rifiuto della Mondadori, sarà proprio Sgadari di Lo Monaco.

Bebbuzzo stesso sarà un grande critico musicale e delle arti in genere: nel 1929 pubblicò a sue spese “Per un’orchestra stabile palermitana” e nel ‘33 sul giornale l’Ora scrisse “La grande esclusa” articolo-denuncia sulla grave arretratezza culturale in cui versava l’isola.

Nel 1940 pubblicò“Pittori e scultori siciliani”, raccolta di«notizie brevi ed essenziali, ma puntuali e precise, della vita e delle opere di pittori e scultori siciliani operanti dall’inizio del Seicento alla prima metà dell’Ottocento» accompagnate da tavole illustrate inedite degli autori di cui fa menzione.

Morì a Palermo nel 1957 all’età di 51 anni lasciando alla cultura palermitana importanti lavori e una collezione grafica, che dopo un’iniziale diffidenza dell’amministrazione, si trova oggi conservata presso Palazzo Abatellis.

Giusy Pellegrino