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Il viaggio e i luoghi di Carlo V in Sicilia*

di Salvatore Dalia

Nell’estate del 1535 Carlo V, al termine di una breve e fortunata campagna militare, riusciva a conquistare Tunisi e il suo avamporto fortificato, La Goletta, strappandole all’Ammiraglio ottomano Khayr-al-Din “Barbarossa”. A meno di due settimane dal sanguinoso saccheggio della città, Il 17 agosto 1535 l’imperatore volgeva le sue navi verso la Sicilia, dando inizio a un lungo e memorabile viaggio cerimoniale attraverso la penisola italiana. Da Trapani, prima tappa siciliana, Carlo V raggiunse Palermo, dove sostò un mese; si diresse quindi verso Messina, seguendo la strada delle montagne, che passava dall’entroterra toccando Polizzi, Nicosia, Troina, Randazzo e Taormina. Ai primi di novembre Carlo ripartì da Messina alla volta di Napoli, attraverso la Calabria e il Vallo di Diano; raggiunse la città partenopea il 25 novembre e vi trascorse l’inverno, dividendosi tra gli impegni ufficiali e le occasioni mondane. Il 22 marzo 1536 proseguì per Roma, dove incontrò Papa Paolo III (Alessandro Farnese). Si diresse quindi verso la Toscana toccando Siena (il 24 aprile), Firenze (il 28) e Lucca (il 5 maggio); valicò l’Appennino e il 26 maggio raggiunse Asti, riunendosi alle sue truppe, già impegnate nella guerra contro i Francesi per il possesso del Ducato di Milano. La presa di Goletta e il sacco di Tunisi rappresentarono un momento fondamentale nella costruzione dell’immagine imperiale ed eroica di Carlo V, ampiamente celebrata dalle biografie del tempo(2); il viaggio in Italia, pensato e, forse, desiderato da tempo, rientrava in un preciso disegno politico. Esso ebbe, specie all’inizio, un carattere celebrativo della vittoria cristiana sugli infedeli e della grandezza dell’Impero che non sfuggì ai contemporanei e che ebbe risultati molto positivi per la propaganda imperiale. Ma il viaggio intendeva anche riaffermare la supremazia spagnola sull’Italia ed affrontare alcune importanti questioni di carattere politico: tra queste, la ricomposizione della frattura tra la corona e l’aristocrazia siciliana dopo le drammatiche rivolte del 1517 e del 1523, e l’aspetto, molto delicato, delle relazioni con il Papato, col quale urgeva una riconciliazione dopo il feroce sacco dei Lanzichenecchi del 1527. Durante il viaggio, tuttavia, contrariamente a quanto Carlo e il suo entourage avevano immaginato, si consumò il passaggio dalla celebrazione della pace imperiale alla guerra con la Francia, che, retta da Francesco I, aspirava da tempo a estendere la propria egemonia sull’Italia. L’occasione fu data dalla morte prematura, il 1° novembre 1535, di Francesco II Sforza, che ravvivò, a dieci anni dalla battaglia di Pavia, la contesa franco-spagnola sul ricco e strategico Ducato di Milano. La guerra ebbe inizio in febbraio, quando l’imperatore si trovava a Napoli, con l’occupazione francese della Savoia e di Torino, e si concluse soltanto nel 1538, dopo alterne vicende, con la tregua di Nizza. Il viaggio di Carlo V in Italia fu un evento eccezionale che suscitò grande entusiasmo ed interesse da parte dei contemporanei, come risulta dai documenti d’archivio e dai brevi e talora vivaci resoconti elaborati dagli storici e dagli eruditi del tempo. Gli studiosi hanno quindi potuto ricostruirne in dettaglio le motivazioni, le tappe e gli avvenimenti principali, sia negli aspetti “ufficiali” sia, talvolta, in quelli meno formali, tramandati sotto forma di brevi aneddoti, come la caccia all’anatra lungo l’Alcantara o il tragico temporale al monastero di San Placido Calonerò a Messina. Restano comunque aperte molte importanti questioni, a cominciare dalla corretta datazione di alcuni episodi. La fase siciliana del viaggio ebbe inizio, come s’è detto, con lo sbarco a Trapani, dove Carlo approdò il 20 agosto(5) insieme al suo numeroso seguito e a ventimila schiavi cristiani liberati, dopo tre giorni di navigazione difficile a causa dei forti venti contrari. La città contava circa quindicimila abitanti ed era la quarta dell’isola dopo Palermo, Messina e Catania, forse la terza, considerando la sola popolazione intramoenia; il suo porto rivestiva una notevole importanza per gli interessi commerciali e militari spagnoli nel Mediterraneo occidentale, al punto che lo stesso imperatore definì la città “chiave del Regno”, con grande orgoglio  dei suoi cittadini. A Trapani Carlo V sostò alcuni giorni, alloggiando nel vecchio palazzo dei Chiaramonte, poi Pepoli, situato di fronte alla chiesa di San Nicola, che per questo motivo conservò a lungo lo stemma imperiale. L’atto politico più importante del soggiorno trapanese – del quale si sconosce, però, la data esatta(7)– fu la conferma dei privilegi della città,avvenuta con solenne giuramento dell’Imperatore nella Cattedrale. La conferma dei privilegi che le comunità o i singoli gruppi sociali possedevano a volte anche da molto tempo, costituiva, com’è noto, un atto di grande rilevanza politica e con significative ricadute di carattere sociale ed economico; non a caso, quindi, esso si sarebbe ripetuto, attraverso lo svolgimento di cerimonie pubbliche solenni e attentamente codificate, anche in altre città dell’isola. Carlo V lasciò Trapani alla fine di agosto diretto verso Palermo ; sostò una notte al Castello di Inici ospite di Giovanni Sanclemente, un nobile di origine catalana che era stato suo compagno d’armi a Tunisi, e il 1° settembre raggiunse Alcamo, popolosa città feudale possesso dei Cabrera, dove trascorse due notti, ospitato nell’imponente castello trecentesco. Da Alcamo il 3 settembre il corteo imperiale raggiunse, con un’altra giornata di viaggio, Monreale. La strada principale, a quel tempo, toccava Partinico e “tagliava”attraverso le montagne che circondano Palermo. Questo percorso, documentato fin dall’età normanna, veniva preferito rispetto a quello costiero perché più breve e al sicuro dagli attacchi dei pirati. Al Bosco di Partinico – allora un villaggio di poche decine di case situato in un’area scarsamente popolata – il corteo imperiale s’incontrò con una delegazione guidata dal presidente del Regno, Simone Ventimiglia e composta da un folto gruppo di baroni, nobili e magistrati palermitani, partiti da Palermo per rendergli omaggio. Isidoro La Lumia dà una vivace cronaca dell’incontro: “nel bosco di Partinico un illustre corteggio usciva a incontrarlo: Simone Ventimiglia, Presidente del Regno, e con esso i principali baroni; i quali tutti venivano a cavallo, in gran pompa di abbigliamenti e di arredi, e un traino lunghissimo di scudieri e di paggi. Alla vista di lui balzavano a terra e gli s’inchinavano innanzi: ei degnava di accoglierli con un lieve sorriso, onde appena sfioravasi la gravità abituale del volto…” Dal bosco di Partinico il corteo imperiale raggiunse Monreale, piccolo centro di quattromila abitanti raccolto intorno all’Abbazia e al Duomo, importantissimo nella geografia politico-religiosa siciliana per la presenza di uno dei più vasti, ricchi e influenti vescovadi dell’isola. Qui Carlo V abitò nell’ex-palazzo reale normanno, sito accanto al Duomo, fino al 12 settembre: durante questo ampio intervallo di tempo ebbe modo di raccogliere tutte le notizie utili sull’isola, di dare udienza ai nobili che desiderassero incontrarlo per rendergli omaggio (ma anche per perorare questa o quella causa), e far sì che le autorità di Palermo avessero il tempo necessario a preparare il suo ingresso trionfale nella capitale. Ingresso che avvenne la mattina del 13 settembre 1535: al suo arrivo, quattro gentiluomini andarono a riceverlo fuori le mura – un onore riservato solo ai personaggi più importanti -, e gli donarono un cavallo bianco di razza siciliana, ricoperto d’oro. Il sovrano e il suo seguito varcarono la Porta Nuova – non la costruzione che vediamo attualmente, ma una precedente, di età medievale -, ornata da ghirlande e scritte che sottolineavano il carattere ecumenico dell’Impero, posto sia al di qua che al di là delle Colonne d’Ercole, e sul quale non tramontava mai il sole. Non sfugga il carattere propagandistico di questo e degli altri “trionfi” che accompagneranno l’ingresso di Carlo V nelle principali città italiane. Percorsero il primo tratto del Cassaro tra il popolo festante, accorso da ogni parte dell’isola, e gli spari assordanti delle artiglierie, “che intonavano per tutto insino alli cieli et al mare et in terra” (9); raggiunsero la Cattedrale, dove l’attendevano il clero, il pretore Guglielmo Spatafora e molti nobili. Carlo V s’inginocchiò davanti all’altar maggiore mentre veniva cantato il Te Deum laudamus. Il pretore gli si avvicinò, s’inchinò tre volte e gli chiese umilmente di voler osservare e conservare i privilegi civici. Il sovrano, dall’alto della sua maestà, rispose di volerlo fare e subito dopo lo giurò solennemente sul Vangelo portogli dal vescovo. Si trattava, lo ribadiamo, non di gesti casuali, ma di un rituale codificato dal preciso significato simbolico e dal chiaro valore politico. Terminata la cerimonia, l’Imperatore risalì a cavallo e il corteo riprese a sfilare tra due ali di popolo; le case avevano le finestre ricoperte da drappi rossi e gialli: i colori degli Asburgo. Tanto entusiasmo derivava dalla fama del personaggio e delle sue imprese; inoltre, Carlo V era il primo sovrano a visitare la Sicilia e Palermo dai tempi di Alfonso il Magnanimo (1416-58). Il corteo imperiale si arrestò davanti al Palazzo Aiutamicristo dove Carlo avrebbe abitato durante il suo soggiorno palermitano. L’edificio, che a quel tempo era uno tra i più sontuosi della città, apparteneva al banchiere pisano Guglielmo Aiutamicristo, cassiere ufficiale del Regno. La scelta di soggiornare presso l’Aiutamicristo non era casuale e rientrava in una precisa strategia che Carlo seguì durante tutto il suo soggiorno siciliano: privilegiare l’ospitalità dei nobili di origini spagnole, come i Cabrera, legati in vario modo alla corona o addirittura personalmente al sovrano – come, a Inici, il Santocanale – e, ove ciò non fosse possibile, risiedere presso i conventi, come a San Placido Calonerò. Infatti la volontà di ricucire i rapporti tra monarchia e nobiltà siciliana non escludeva, da parte dell’Imperatore, il desiderio e l’opportunità di mantenere una certa distanza dalla infida classe dirigente locale. Nei tre giorni seguenti nella vicina piazza della Fieravecchia i migliori cavalieri dell’isola intrattennero il Sovrano combattendo in una serie di giostre e tornei, ampiamente descritte dalle “Memorie” riportate dal Castaldo nel suo studio(10). Il 16 settembre l’aspetto pragmatico e politico riprese il sopravvento su quello ludico e celebrativo: Carlo aveva infatti convocato il Parlamento, le cui sedute si tennero allo Steri fino al 22 settembre. Il Parlamento concesse un generoso donativo di 250.000 ducati in cambio della conferma di una serie di privilegi e della richiesta di numerose concessioni in campo economico, giuridico e amministrativo, che però andarono in buona parte deluse (11). Chiuso il Parlamento, Carlo V trascorse ancora tre settimane a Palermo, “fra sollazzi e pompe…, non cessando in quel mezzo d’informarsi dei pubblici affari, di visitare i monumenti e gli archivi, d’investigare la natura e le usanze degl’isolani suoi sudditi” (12). E certamente dovette rimanere colpito dalle dimensioni e dall’aspetto della città, che, con i suoi oltre sessantamila abitanti era tra le più popolose d’Europa, e che proprio allora attraversava una fase di “boom” demografico e di profonda trasformazione urbanistica. Il 14 ottobre Carlo ripartì per Messina attraverso la Porta di Termini, posta all’inizio dell’odierno Corso dei Mille, il cui tracciato, come hanno mostrato anche alcune recenti scoperte archeologiche, coincide con quello di età medievale e moderna(13). Il corteo varcò l’Oreto quasi certamente transitando dal Ponte dell’Ammiraglio  e raggiunse Termini la sera dello stesso giorno, dopo aver percorso 25 miglia lungo la via costiera e pericostiera che attraversava la Piana di Bagheria e i territori di Casteldaccia, Altavilla e Trabia. Lungo il tracciato stradale a fondo naturale, che in gran parte ricalcava la romana Via Valeria, e sul quale in età borbonica si innestò la SS113, si trovavano diversi ponti, quasi tutti ricostruiti in età successiva; l’unico anteriore al passaggio di Carlo V e tuttora esistente è il piccolo e prezioso “Ponte Saraceno”, o di “San Michele”, ad arco acuto, sul torrente San Michele, documentato dal XIII secolo.Termini era un’importante città demaniale notevole soprattutto per il suo porto – tanto che di lì a poco il governo spagnolo l’avrebbe circondata di una possente cinta muraria -, conosciuta per le acque termali, di cui, secondo la tradizione, l’Imperatore avrebbe voluto provare le proprietà terapeutiche facendo un bagno(14). L’indomani, 15 ottobre, Carlo ripartì diretto a Polizzi Generosa, distante un’altra giornata di cammino. Dopo qualche miglio, la sua curiosità fu attratta da uno sperone roccioso visibile lungo le pendici settentrionali del monte San Calogero. Si racconta che, colpito dalla sua forma, Carlo volesse salirvi; da allora esso è chiamato “Cozzo dell’Imperatore”. Poco oltre, superate le Case Brucato, la strada si biforcava: verso est la via costiera per Messina, la “Via di Messina per le Marine”; verso sudest la “Via di Messina per le montagne”. Nella programmazione del viaggio la scelta era caduta su quest’ultima perché la strada costiera, oltre che meno agevole a causa delle fiumare e delle paludi, era infestata da pirati e briganti. Lungo la “Messina Montagne”, inoltre, si trovavano alcune importanti città demaniali. La biforcazione cadeva non lontano da un ponte sul fiume Torto detto “della meretrice”, a quel tempo ancora in funzione; questo curioso nome, ricordato dall’Amico e dal Villabianca, derivò al ponte dalla vicinanza di un fondaco dove dovevano esercitare alcune prostitute. Superata Caltavuturo, Carlo raggiunse Polizzi, che le “Memorie” ricordano, curiosamente, come un “paese… dove l’inverno il sole non vi cala…” passando probabilmente dall’Eremo di San Gandolfo ed entrando in città dalla Porta della Guardiola. Polizzi  rivestiva a quel tempo notevole importanza: principale centro delle Madonie fin dal XIII secolo ed importante nodo stradale, ospitava due fiere annuali, privilegio che tra le città della Sicilia interna era condiviso solo da Piazza Armerina e Nicosia. L’ingresso fu, anche qui, trionfale: tra salve di artiglieria, musiche e invocazioni della folla, si fecero avanti i nobili, che offrirono al sovrano capi di selvaggina catturati vivi, suscitandone la divertita cu- riosità. Del soggiorno di Carlo a Polizzi possediamo un breve resoconto redatto da un anonimo cronista locale: “alli 14 di ottobre 1535 di giovi, la sira, vinni in la città di Polizzi don Carlo V: intrau per la via di S. Calogero, pusau in la casa di magn. Joanni Bartulu la Farina, poi si partiu l’indimani chi fui lu vennari ad ora di magnari e magnatu chi appi, giu pri susu, passau per la cresia di S. Franciscu e sciu alla Porta Granni”. Il 16 ottobre il corteo imperiale si inoltrò nel cuore delle Madonie, nei territori delle Petralie e di Gangi , accolto per strada dalla gente che gli andava incontro. Pare abbia sostato brevemente al convento di Gangi Vecchio, dove la sua presenza era ricordata da uno stemma imperiale posto sull’ingresso principale(16). Raggiunta Nicosia fu accolto presso la Porta Palermo da quattro giurati della città; traversò la città “su generoso destriero assiso, e in regal veste incedendo”, sempre “immerso” nell’entusiasmo popolare. L’avvenimento viene rievocato ogni anno con una cavalcata storica. Carlo volle visitare le due chiese più importanti, la Cattedrale  S. Maria Maggiore; qui, alla presenza del clero e della folta nobiltà locale, accomodatosi su una sedia in legno di noce riccamente intagliata, tuttora esistente  e da allora detta Trono di Carlo V, confermò i privilegi della città, a quel tempo, con i suoi undicimila abitanti, tra le maggiori dell’isola. L’imperatore trascorse la notte nel palazzo del regio milite Gian Filippo la Via. Il 17 il corteo proseguì per Troina, distante solo 12 miglia, passando, probabilmente, dal Ponte di Cerami, documentato fin dal XIII secolo e ricostruito nelle forme attuali proprio al tempo di Carlo V  Troina era una città piccola ma prestigiosa: era stata la “base operativa” del Gran Conte Ruggero d’Altavilla al tempo della conquista normanna dell’isola e la prima diocesi vescovile della Sicilia normanna . A Troina, che lo accolse entusiasticamente, ebbe luogo l’episodio che ha dato origine alla tradizione della cubbàita: tre cavalieri riccamente vestiti, montati su cavalli bardati, percorsero più volte lo strettissimo corso Ruggero, gremito di folla. Ogni cavaliere reggeva in mano dei fiori, mentre sulla spalla teneva una bisaccia colma del tradizionale torrone preparato con mandorle o semi di sesamo e miele, tagliato a rombi di piccola pezzatura,  la cosiddetta cubbàita, che lanciava galantemente alle signore affacciate ai balconi e sulla folla che si accalcava per afferrare i doni. Particolare che a noi appare crudele, i cavalieri lanciavano alla folla anche uccelli ai quali erano state legate le ali. Secondo alcuni autori, tra cui l’Agati, a Troina Carlo V avrebbe sostato poche ore, prima di proseguire per Randazzo; secondo altri – e tra questi lo storico locale Nicola Schillaci – vi avrebbe invece trascorso la notte del 17, ospite nel convento dei Padri Francescani Conventuali. Carlo V si diresse quindi verso Randazzo, piccola (seimila abitanti) e prestigiosa città demaniale, più volte soggiorno dei re aragonesi, sempre seguendo la “Messina Montagne”. Lungo il percorso transitò probabilmente dal Ponte di Failla, edificato nel Quattrocento sul fiume di Troina e ne discese la valle; superato il Simeto sostò forse brevemente all’Abbazia di Maniace, anche se non abbiamo prove certe al riguardo. Tre chilometri prima di entrare a Randazzo, nel piano della Gurrida, fu accolto dal Civico Magistrato e dalla nobiltà. Il magistrato gli consegnò una tazza d’argento con le chiavi delle porte della città. Dalla Gurrida il corteo entrò a Randazzo per la trecentesca porta di San Martino, o di Palermo, abbellita da un sontuoso apparato di archi trionfali posticci, fra il tripudio generale. Anche in questo caso l’Imperatore avrebbe confermato – una volta giunto a Messina – tutti i privilegi, compreso quello, importantissimo, di città demaniale. Trascorse la notte nell’antico Palazzo Reale aragonese  e, secondo la tradizione, proprio da una delle sue finestre, prima di andare a dormire, commosso dall’entusiasmo popolare, avrebbe salutato la folla festante con la celebre frase: “siete tutti cavalieri”. In suo onore, la finestra venne murata, affinché nessuno, dopo di lui, si potesse affacciare. Il 18 o il 19 il corteo imperiale discese lungo la valle dell’Alcantara. Qui l’aneddotica si arricchisce di un altro episodio: giunto nei pressi di uno dei laghetti formati dall’Alcantara, detti localmente gurne, Carlo V uccise con una schioppettata un’anatra; da allora questo luogo si chiama Gurna dell’Imperatore. Raggiunta la  costa, il corteo entrò a Taormina, dove Carlo e il suo seguito trascorsero la notte, attraverso la Porta Catania. La sosta a Taormina non è documentata dalle fonti, né abbiamo particolari su  di essa;  alcuni studiosi l’hanno quindi messa in dubbio. Va però ricordato che a quel tempo da Randazzo a Taormina correva una giornata di viaggio e che Taormina, non esistendo la strada alla base del Capo S. Alessio, era un punto di passaggio obbligato lungo la costa ionica. Una Taormina “preturistica”, per noi inimmaginabile, racchiusa entro le sue mura medievali, della quale possiamo forse avere una vaga idea osservando le fotografie del tardo Ottocento e degli stessi luoghi oggi. Il 19 o il 20 ottobre Carlo ripartì seguendo la costa ionica. Sostò brevemente al castello di S. Alessio, cui giunse dopo aver affrontato una lunga e faticosa salita. La presenza delle ripide pendici dei Peloritani, che giungono in più punti fino al mare, e dei letti delle fiumare rendevano infatti il percorso da Taormina a Messina, lungo circa 30 miglia, particolarmente difficile, come risulta da tutta la documentazione storica in possesso degli studiosi, da Idrisi a Goethe. In certi tratti non c’era neppure una vera e propria strada, ed occorreva spostarsi lungo la riva del mare. A tal proposito, il La Lumia annota che “movendo a frotte da borghi e castella, i robusti paesani gli accorrevano intorno… e gli serviano di scorta lungo gli aspri e dirupati sentieri dell’isola” (18). Le difficoltà logistiche e, soprattutto, l’opportunità di preparare degnamente l’ingresso trionfale a Messina, imposero una sosta di due giorni al monastero di San Placido Calonerò, situato su un poggio 12 miglia a sud di Messina, in bellissima posizione sullo Stretto. Il sovrano e il suo seguito contavano forse anche di riposare e di rilassarsi brevemente dopo le fatiche del viaggio, ma così non fu, perché durante un violento temporale un fulmine uccise, si narra alla presenza dell’Imperatore, un valletto del suo seguito. Lo sfortunato venne sepolto l’indomani nel cimitero del convento. A ricordo del soggiorno di Carlo V l’abate fece realizzare un busto dell’Imperatore, ancora oggi esistente  Il 22 ottobre Carlo lasciò il monastero e, per la porta che da allora fu detta Imperiale, entrò trionfalmente a Messina, “la seconda sorella del Regno”. Ricca e operosa, Messina era allora, con i suoi 35.000 abitanti, la maggiore città siciliana dopo Palermo, ed una delle più popolose d’Italia. Perciò essa non poteva non tributare all’Imperatore grandi onori: lungo la strada principale, a intervalli regolari, l’architetto Polidoro da Caravaggio e il matematico Francesco Maurolico, figura di spicco nel panorama culturale siciliano del tempo, avevano realizzato tre archi trionfali posticci, uno di edera, un altro di ulivi e l’ultimo di alloro, che rappresentavano la Concordia, la Pace e la Vittoria, tutti simboli assai cari a Carlo; i banditori precedevano il corteo invitando le migliaia di cittadini accorsi ad acclamare il sovrano, incontro al quale, secondo un copione che abbiamo già visto, andarono le autorità civili e religiose della città. Il corteo, diretto in Cattedrale sarebbe stato accompagnato da due spettacolari carri trionfali allegorici che celebravano la gloria, la potenza e la virtù del grande sovrano(19). L’indomani, 23 ottobre, Carlo V partecipò alla messa solenne ricevendo in dono due bacili d’argento contenenti 10.000 scudi d’oro con le armi della città. Nei giorni seguenti Carlo confermò i privilegi di Messina, Randazzo e Troina, diede disposizioni per la repressione del brigantaggio, nominò il nuovo viceré dell’isola nella persona di Ferrante Gonzaga e autorizzò i cittadini di Lentini a fondare una città, che venne edificata nel 1551 e che, in suo onore, sarebbe stata chiamata Carlentini. Ascoltò gli esponenti della ricca borghesia mercantile e della nobiltà, soppesandone le invidie e i rancori e alla fine decise di non mutare alcunché nell’assegnazione dei pubblici uffici. L’acuirsi delle tensioni politiche internazionali cui abbiamo accennato e l’avvicinarsi dell’inverno lo indussero infine a riprendere la via per Napoli: il 3 novembre, varcato lo stretto a bordo di una galera messinese, in ossequio a un privilegio che si voleva risalisse ad Arcadio, il corteo iniziò la lunga e faticosa risalita delle due “Calabrie”, l’Ultra e la Citra, da cui, per il Vallo di Diano, dopo una celebre sosta alla Certosa di Padula, sarebbe pervenuto a Napoli. Terminò così la fase forse più serena del suo viaggio in Italia – malgrado il succedersi degli incontri ufficiali e degli atti politici e istituzionali -, e non ancora turbata dal precipitare degli avvenimenti internazionali; traversando lo stretto e avventurandosi per le pericolose strade appenniniche, Carlo V portò con sé, “negli occhi e nelle orecchie, il frastuono gioioso della vivace popolazione di Sicilia” e, probabilmente, il bel ricordo di una terra genuina, che, dall’inizio alla fine, soprattutto negli strati popolari, aveva saputo calorosamente accoglierlo come uomo, fosse pure straordinario, prima ancora che come guerriero e grande sovrano. Un ricordo che, ci piace pensare, il grande Imperatore avrebbe portato dentro di sé fino agli ultimi anni della sua vita.

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